Maglie belle non da calcio

Abbiamo quindi deciso di creare questo articolo in cui analizziamo le maglie da calcio più belle della stagione passata. 1962-63, l’ultimo disputato al Filadelfia dai concittadini del Torino con cui, dalla stagione successiva, condivise l’impianto. La stagione con il tecnico livornese però non migliora e, escluso un filotto a inizio anno solare, la squadra rimane sempre in zona rossa. In ambito calcistico, l’impianto fu sede degli incontri interni di Juventus e Torino fino al 1990. Ristrutturato in occasione dell’appuntamento olimpico del 2006, dal settembre dello stesso anno lo stadio tornò a essere sede delle gare interne delle due compagini cittadine; dal 2011 è a uso esclusivo del Torino. Ospitò inoltre incontri del campionato del mondo 1934 e del campionato d’Europa 1980. Nonostante la prevalenza calcistica del suo utilizzo, ha ospitato anche incontri internazionali di rugby, sia a XIII (nel 1952) che a XV (dal 2008). Infine, nel 1959 e nel 1970 ospitò, rispettivamente, i I e i VI Giochi universitari. Rispetto all’anno scorso, peraltro, è anche aumentata anche la concorrenza, oltre a Sky e Mediaset Premium è arrivata anche Italia1 a parlare di calciomercato… Questo metodo si opponeva a quello che si basava sulla marcatura ad uomo, utilizzata anche nel cosiddetto ‘catenaccio’ (una strategia rigidamente difensiva a cui generalmente si ricorre quando i calciatori si trovano in inferiorità numerica rispetto agli avversari).

Anche in termini di capacità di infliggere perdite per uomo, la preminenza era di 1,55 a 1 verso gli occidentali e sarà poi di quasi 6 a 1 rispetto all’Armata Rossa”. Pregevole interpretazione anche di Cabrini. Sita nel centro di Torino è anche piazza Castello, altro luogo di ritrovo per i festeggiamenti dei trionfi del club bianconero. Torino, nonché per i festeggiamenti dei trionfi sportivi della squadra, è la piazza San Carlo sita nel centro storico della città. Stava sempre vicino alla squadra, era informatissimo. «Il mito bianconero si era ingigantito per l’ondata demografica proveniente dal Sud negli anni del miracolo economico, quando intere generazioni lasciarono i loro paesi, spinti dalle dinamiche dell’occupazione e dalla speranza di trovare nelle grandi città del Nord non solo nuove opportunità di lavoro, maglie da calcio shop ma anche nuovi stili di vita. Inoltre, l’allora inedita serie di successi sportivi ottenuti dalla squadra durante la prima metà degli anni 1930 ispirò vari emigrati italiani a fondare numerose società sportive che, di riflesso, adottarono anche il nome e la simbologia della formazione torinese nelle Americhe, in Magreb, nei Balcani, nella Scandinavia e in Australia. Con il consolidamento dei flussi migratori interni avvenuti tra gli anni 1950 e i primi anni 1970 la Juventus sembrò rappresentare, attraverso i suoi tifosi, lo spirito del nuovo lavoratore immigrato piemontese, mentre la tifoseria del Torino rimase legata all’ambiente culturale di marca prettamente torinese e cittadina.

Il crescente numero dei soci del club permise la fondazione di altre squadre ispirate dalla società campione d’Italia (1905) in città lontane da Torino quali Roma e Firenze e la pubblicazione del primo periodico sportivo-istituzionale del Paese (1915) come strumento di comunicazione con i soci, calciatori e dirigenti juventini che combatterono nella prima guerra mondiale. Dopo il mondiale italiano i due club si trasferirono allo stadio delle Alpi. Biagio Spoto, La rivolta come prospettiva di analisi dell’immigrazione: i casi di Rosarno e delle banlieues, in Giustizia globale. Non sempre gli interlocutori sanno esprimere i concetti in modo chiaro nelle risposte; in alcuni casi divagano, non centrano l’argomento, danno risposte dispersive. Oggigiorno, l’accurata analisi statica delle isoptere centrali dimostra che i primi difetti sono in molti casi localizzati entro l’area centrale. «Un fatto rilevante nella storia del calcio tra gli anni ’50 e ’60 del ‘900 fu la nascita delle tifoserie nazionali dei grandi club.

Essendo iniziato un fenomeno migratorio – poi divenuto massiccio nel secondo dopoguerra – verso Torino e gli altri grandi poli industriali del Settentrione da parte dei lavoratori meridionali in cerca di impiego, la Juventus, già dagli anni 1930, divenne il primo club italiano ad avere una tifoseria non più connotata campanilisticamente o, al più, regionalmente, ma a carattere nazionale. La tifoseria della Juventus Football Club ha svolto un ruolo decisivo nella costituzione dell’identità societaria dalla fine del XIX secolo. Il pensiero comune d’inizio XX secolo voleva che il tifo per la Juventus fosse appannaggio delle classi borghesi, laddove quello per la sua rivale cittadina, il Torino, traesse linfa dalle classi popolari e proletarie. Qualche decennio dopo, con l’ingresso degli Agnelli nel capitale societario della Signora (1923), il tifo per la squadra si diffuse anche tra gli operai meccanici dell’industria di proprietà della famiglia, la FIAT. Durante il ventennio interbellico, in seguito alla ristrutturazione societaria condotta dall’avvocato Giuseppe Hess e all’assunzione alla presidenza del club dell’allora vicepresidente della casa automobilistica FIAT Edoardo Agnelli (1920-1923), il bacino di sostenitori della Juventus, definiti «juventini», sperimentò un incremento esponenziale in virtù dei crescenti flussi migratori verso il capoluogo piemontese, principalmente provenienti dal Mezzogiorno e composti principalmente da membri della classe lavoratrice.


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